a cura di Filippo Maggia
È stata prorogata fino al 6 aprile 2024 al Magazzino delle idee di Trieste la mostra
India oggi. 17 fotografi dall’Indipendenza ai giorni nostri, a cura di Filippo Maggia. Prodotta
e organizzata da ERPAC – Ente Regionale per il Patrimonio Culturale del Friuli Venezia Giulia,
è la prima mostra a raccogliere e a presentare a livello europeo settant’anni di fotografia
indiana in un unico grande progetto espositivo composto da oltre 500 opere tra
fotografie, video e installazioni.
Mercoledì 14 febbraio alle ore 17.30 si terrà inoltre l’ultimo appuntamento del
programma di eventi collaterali dedicati alla mostra con la proiezione del film ‘LUNCHBOX’ di
Ritesh Batra (India/Francia, 2013, 104′) in versione originale con sottotitoli in italiano a cura
dell’associazione Casa del Cinema di Trieste. Ingresso alla proiezione del film gratuito fino ad
esaurimento posti.
“Il processo di repentina e inarrestabile evoluzione economica e industriale in atto in India
dalla fine dello scorso millennio – scrive Filippo Maggia nel suo testo di introduzione al catalogo
– sta provocando gravi conseguenze sia sociali, quali questioni di genere, identità e religione,
sia ambientali. L’inevitabile spopolamento delle campagne e delle zone rurali, dalle pendici
dell’Himalaya sino all’estremo sud del Kerala, ha portato al sovraffollamento di metropoli quali
Mumbai, Nuova Delhi o Calcutta, con un forte impatto sull’ambiente, che alle volte implica
addirittura lo spostamento coercitivo di milioni di persone da una regione all’altra. È di questi
temi che si occupa oggi principalmente la fotografia indiana, ormai emancipata dall’immagine
tradizionale dell’esotica India colorata di salgariana memoria”.
La mostra presenta le opere dei 17 artisti seguendo un ordine cronologico che avanza
per decenni, dalla metà del ventesimo secolo fino al nuovo millennio, lasciando poi ampio spazio
ai lavori degli autori contemporanei. Un racconto fatto attraverso le immagini che gli artisti hanno
scattato vivendo l’esperienza diretta, del momento consapevolmente partecipato e restituito
attraverso la fotografia, adottata in questo caso come testimone. Nel percorso espositivo ogni
autore viene introdotto da uno statement che descrive la genesi e lo sviluppo della ricerca del
lavoro svolto.
Completano la mostra 15 interviste audio video realizzate in India lo scorso marzo
con gli artisti.
Si parte da Kanu Gandhi, nipote del Mahatma, che ha ritratto in pubblico come in privato
Mohandas Karamchand Gandhi negli anni in cui professava la disobbedienza civile, viaggiando
in treno da una città all’altra e incontrando politici e militanti, raccogliendo emozionanti immagini
dell’India impaziente nel volersi affrancare dal dominio britannico, pronta e solerte nel seguire il
suo leader e abbracciare l’attivismo nonviolento da lui esercitato.
Con Bhupendra Karia, insegnante, teorico, curatore (partecipa alla fondazione
dell’International Center of Photography di New York con Cornell Capa) la fotografia assume
nuove valenze: nell’esplorazione dell’India rurale post indipendenza, visitando piccole città e
villaggi, Karia associa a un’indagine di carattere antropologico e documentaristico personali
riflessioni sulle sfide sociali, politiche e ambientali che il subcontinente dovrà ora affrontare. Gli
anni Settanta sono gli anni di formazione di Pablo Bartholomew: Outside In è la sua narrazione
in prima persona di dieci anni trascorsi tra Delhi, l’allora Bombay, e Calcutta con l’entusiasmo e
l’incoscienza caratteristici di un ventenne affamato di vita, di strada, di esperienze, proiettato
verso la scoperta e la sperimentazione, abile nell’inventarsi inchieste in ambiti sociali sovente
difficili da fronteggiare.
A cavallo tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta Ketaki Sheth annota
sulla pellicola 35 millimetri la metamorfosi in atto già da qualche anno a Bombay a seguito del
boom edilizio e del massiccio arrivo di immigrati da altri stati indiani, attratti dalla forza propulsiva della metropoli del Maharashtra. Le sue immagini fortemente contrastate coniugano tradizione
e cambiamento, in un classico esercizio di street photography dove l’uomo è sempre al centro.
Manifesto esplicito di un primo importante cambiamento nel Paese è il lavoro di Sheba
Chhachhi, attivista e cronista del movimento femminista indiano. Particolarmente interessante
è la serie Seven Lives and Dreams avviata all’inizio degli anni Novanta, in cui la Chhachhi, con
la collaborazione di sette donne, abbandona l’approccio reportagistico per riflettere sulla natura
del reale comunemente percepito in un esercizio di stage photography. Raghu Rai, considerato
oggi unanimemente uno dei maestri della fotografia indiana (dal 1977 è membro dell’agenzia
Magnum, ove fu introdotto da Henri Cartier-Bresson), riunisce nelle sue fotografie i quattro
decenni che intercorrono tra gli anni Sessanta e il Duemila. La sua narrazione per immagini del
subcontinente indiano, pur scorrendo secondo un registro documentaristico che annovera non
a caso i celebri reportage su Madre Teresa di Calcutta o il disastroso incidente industriale di
Bhopal del 1984, presta molta attenzione alla costruzione formale della scena ripresa.
Nel nuovo millennio la fotografia indiana inizia a circoscrivere il proprio campo d’indagine
affrontando temi e questioni urgenti come, ad esempio, i diritti della comunità LGBT. Diari privati,
raccolte di immagini e album fotografici pazientemente assemblati negli anni: così si presentano
i lavori di Sunil Gupta, Anita Khemka,
Serena Chopra e Dileep Prakash, storie individuali che assumono valore universale. Anita
Khemka ci ricorda che gli Hijra (transessuali) esistono da secoli nella sottocultura del
subcontinente indiano, tanto da essere sovente citati nei racconti della tradizione popolare e in
letteratura. Sono tollerati e vivono di espedienti, in diversi casi riunendosi fra loro in comunità
dirette da un guru. Nepal, Pakistan, Bangladesh e India hanno riconosciuto gli Hijra come
appartenenti a un terzo sesso transgender. Per oltre due decenni la fotografa ha seguito
l’evoluzione di Laxmi che ha fatto carriera in politica, e oggi presenta la sua vita in
un’installazione che vuole restituire il personaggio per quello che è, nella sua naturale
schiettezza e genuinità, oltre la diversità.
Serena Chopra per otto anni ha frequentato il campo profughi di Majnu ka Tilla,
raccogliendo immagini e testimonianze sonore, scritti e disegni realizzati dagli esuli tibetani. Il
suo non è solo un diario, ma un contenitore di memorie e un termometro generazionale, utile a
misurare quanto la cultura tibetana riesca a sopravvivere e tramandarsi di generazione in
generazione pur lontano dal proprio Paese d’origine.
Dileep Prakash ha speso oltre due anni viaggiando e visitando diverse comunità, con l’obiettivo
di capire quanto il legame fra due differenti culture perduri vivo e autentico. In particolare, ha
indagato sulle eredità postcoloniali, le comunità anglo-indiane formatesi nel corso di un secolo
di commistioni fra inglesi e indiani. I suoi ritratti, più che riprendere uomini, donne, giovani e
anziani, coppie e nuclei familiari, sono frutto di attente osservazioni ambientali e valutazioni
collettive.
Vicky Roy scappò di casa all’età di undici anni e visse per le strade di New Delhi fino a
che venne salvato da un’organizzazione no profit che lo aiutò e lo sostenne negli studi. Il suo
lavoro come fotografo affronta un dramma irrisolto e di costante attualità della società indiana:
sono oltre dieci milioni i bambini indiani orfani o abbandonati che vivono per strada mendicando,
vittime di abusi e sfruttamento. Le sue fotografie restituiscono un’immagine piena di vita e di
speranza di questi adolescenti, vogliono essere un appello per riuscire a dare loro un futuro,
soddisfare le loro speranze e sogni.
Amit Madheshiya nelle sue fotografie ritrae i volti perduti, stupiti e rapiti di indigeni che
assistono alla proiezione di film sotto tendoni improvvisati di cinema itineranti. Sono in gran
parte allevatori di bestiame e agricoltori e rappresentano l’altra faccia dell’India contemporanea,
quella che vive nei villaggi e assiste, impotente, alla grande trasformazione in atto nel
subcontinente. Di loro trattano anche i lavori di Senthil Kumaran Rajendran, Vinit Gupta,
Ishan Tanka e Soumya Sankar Bose.
Al centro del lavoro di Senthil Kumaran Rajendran c’è la difficile convivenza fra tigri e umani,
un conflitto causato da fattori quali l’aumento demografico e i conseguenti nuovi insediamenti
(sono circa 56.000 le famiglie che vivono all’interno delle riserve naturali), la deforestazione, il
ricollocamento delle 3.000 tigri selvatiche indiane in spazi sempre più contenuti, in condivisione
o ai confini con i campi coltivati, i pascoli del bestiame, fiumi e laghi dove si pratica la pesca.
L’installazione multimediale di Vinit Gupta è un invito per la costituzione di una
coscienza ecologica collettiva capace di opporsi ai crescenti interessi industriali che stanno
distruggendo l’ambiente, sconvolgendo identità, memorie e tradizioni di intere comunità fino ad
allora vissute in perfetta armonia con la natura. Nel suo lavoro, Vinit Gupta testimonia le lotte
condotte dalle popolazioni indigene della città mineraria di Singrauli.
Ishan Tanka vuole testimoniare le proteste dei jal satyagrahis e degli adivasi: i primi si
oppongono alla costruzione di un imponente progetto di sbarramento per la costruzione di dighe
e conseguente allagamento di terre e spostamento di centinaia di migliaia di persone, i secondi
lottano contro lo sfruttamento delle loro terre ricche di carbone e ferro.
Per non dimenticare, e per ricordare quanto il passato ciclicamente ritorni con le
medesime modalità, ragioni e obiettivi, Soumya Sankar Bose ha ricostruito attraverso
testimonianze dirette orali e video, ripercorrendo i luoghi e incontrando i superstiti, il cruento e
disumano massacro di Marichjhapi, a Sundarban, nel Bengala occidentale, perpetrato dalle
forze di polizia contro i rifugiati bengalesi di casta inferiore nel 1979.
Uzma Mohsin con il suo coraggioso lavoro dall’emblematico titolo Songkeepers analizza
i meccanismi che regolano la protesta civile, e soprattutto le conseguenze che questa azione
provoca oggi in India. Il fatto che il dissenso sia considerato al pari di “slealtà, antinazionalismo
e sedizione” come lei stessa rammenta, è un indice estremamente allarmante per la tenuta
democratica di una nazione.
“Per un’India che avanza, dunque, che morde affamata il domani, ce n’è un’altra che
soffre, tenuta in disparte a guardare e subire i danni collaterali che il progresso e la necessità di
avere largo consenso popolare portano con sé – conclude Filippo Maggia – Come sarà l’India
del prossimo decennio, quando siederà al tavolo con le altre potenze economiche mondiali?
Hum Dekhenge. Hum Dekhenge, recita in lingua urdu una poesia di Faiz Ahmad Faiz. Vedremo,
vedremo…”.
Gli artisti in mostra: Kanu Gandhi, Bhupendra Karia, Pablo Bartholomew, Ketaki Sheth,
Sheba Chhachhi, Raghu Rai, Sunil Gupta, Anita Khemka, Serena Chopra, Dileep Prakash,
Vicky Roy, Amit Madheshiya, Senthil Kumaran Rajendran, Vinit Gupta, Ishan Tanka, Soumya
Sankar Bose, Uzma Mohsin.
Accompagna la mostra il catalogo India oggi. 17 fotografi dall’indipendenza ai giorni
nostri, a cura di Filippo Maggia, pubblicato da Electa Photo.
11.11.2023 – 06.04.2024
Magazzino delle Idee.